author: R0bin @ 10:54
date: martedì, 13 febbraio 2007
category: the robin





- 18 -

Mi sono sentito una vera merda. Una vera merda. Così schifosamente una merda da pensare di andare a costituirmi e, che ci crediate o no, l’ho fatto veramente.
E qui, signori, spero non abbiate bisogno di andare al bagno, spero non vi siate addormentati, spero proprio di no, perché qui, gente, qui arriva il bello. Il nastro sta finendo e io finalmente sto per arrivare al dunque, al quid di questa bella chiacchierata. Siete ciechi, ecco cosa vi volevo dire. Scusate se l’ho presa larga. Parole e parole e parole e saliva e fiato e una notte intera davanti alla telecamera e voi con la luce azzurrina del televisore a brillarvi sulla faccia pallida, mentre subite per fotosintesi tutte le cazzate che vi si propinano. Siete ciechi.
Voi che avete mille occhi per vedere, mille orecchie per sentire, voi che parlate tre lingue e viaggiate per il mondo. Voi che siete pozzi di scienza. Voi che cambiate l’auto ogni cinque anni e il cellulare ogni sei mesi. Voi la verità non la riconoscereste nemmeno se vi pestasse un piede. A voi della verità non importa nulla. Come ai due poliziotti che hanno raccolto la mia deposizione. La mia confessione. La mia condanna a morte. Anzi, la condanna a morte del Pettirosso, non la mia, io forse sarei resuscitato dalle ceneri, anche se non sono una fenice. Invece, anziché morto e risorto, il George che muove i fili della marionetta che adorate è stato bollato come “mitomane”, con sua grande umiliazione.
E io che ci avevo perso il sonno. Io che ci ero stato male di notte e di giorno e anche sul cesso. Io che ci avevo pensato così tanto da ossessionarmi. Io che non avevo capito niente di niente.
Vi ho offerto di fare giustizia, vi ho offerto i miei polsi e la mia libertà e tutte le mie bugie, ma voi avete chiuso gli occhi. Stavo per rinunciare a tutto questo solo per farmi trattare da idiota e sentirmi dire che no, non gliene fregava nulla del costume che avevo portato come prova.
- Te lo compri uguale per 40 sacchi al negozio qua all’angolo, bello! -
- Ne ha uno uguale mio figlio –
Già. Caso chiuso, eh? Ma perché non ci avevo pensato prima? Quale padre vorrebbe vedere la faccia di un criminale sul poster preferito del proprio figlio? Nessuno. Quale ditta rinuncerebbe alla propria gallina dalle uova d’oro dopo aver investito tutti quei soldi in gadgets e pubblicità? Nessuna. Quale povero frustrato cittadino dell’era contemporanea, di ritorno dall’ufficio, sobillato da quel infame del capo, vorrebbe privarsi del suo show serale al TG? Nessuno.
Siete così maledettamente immaturi, così bisognosi di illusioni, perché vi brucia sapere che tutte le promesse delle vostre belle vite erano solo sporche bugie. Pertanto, chi se ne importa della realtà, della verità, creiamoci la nostra di verità, se quella nuda e cruda non ci sta bene.
Prendiamo un bambolotto muscoloso, col casco scintillante e facciamolo il nostro profeta. Lui, con le sue mani forti e ampie ci salverà. Ci solleverà, sarà la nostra rivalsa. Ci incanterà con le sue gesta, potremo tirare il fiato dai pensieri, restare ad ammirarlo a bocca aperta e occhi sgranati, come bimbi davanti al trucco più misero del prestigiatore più infimo.
Mi avete rifiutato la prigione, maledetti, ma ho capito di non essere più libero. Ho capito che io, George, per riscattare voi da un grigiore soffocante che non sapete accettare, non posso più riscattare me stesso. Perché non esisto più e non posso più esistere e non potrei riappropriarmi della mia identità nemmeno se ammazzassi dieci, cento, mille guardie giurate. George ve lo siete mangiati. L’avete immolato, lui e il ratto occhialuto che egli ha ammazzato per far vivere la sua mammina vegetale. Sacrificati in nome del vostro intrattenimento. Dei vostri soldi. Della vostra voglia di vivere in un mondo inesistente. Ora c’è solo  Robin, un pettirosso nerboruto di celluloide. Una fotografia sul giornale. Un costume sgargiante, sotto il quale io non esisto, perché non c’è più nessun io. Sotto l’elmetto c’è aria e vuoto. C’è l’aria fritta di una bugia immane. La vostra bugia. La bugia delle vostre vite.
Forse, e devo ammettere di augurarmelo, un giorno non farò più notizia. Diventerò normalità, diventerò ovvietà, monotonia, sarò scontato. Non vi ecciterete più nel vedere il mio costume gettarsi in un palazzo in fiamme per salvare i superstiti e i vostri figli saranno cresciuti. Avranno sostituito il poster del sottoscritto con quello del loro cantante preferito, un allampanato ragazzetto coi capelli tinti, il volto impiastricciato di cerone e rimmel, che predica morte e sangue e merda. Allora, quando vi sarete stancati del costume, allora forse vedrò la fine del tunnel. Potrò liberarmene. Tornare ad essere io, non un prodotto da vendere. Non una sostanza stupefacente per impiegatucoli annoiati. Magari potrò lasciare questo nastro nella cassetta della posta di qualche rete televisiva e allora mi crederete. Vi berrete avidamente ogni mia parola, non vi farete sfuggire nemmeno una goccia del mio discorso, glisserete l’ultima parte probabilmente e poi mi indicherete con biasimo e disprezzo. E forse qualcuno avrà il coraggio di dire che lui, di me, non s’era mai fidato. Che lo sapeva. Che sotto, sotto non ti puoi fidare di nessuno, che alla fine siamo tutti uguali, mentre sull’altro canale va in onda il vostro nuovo profeta. Il nuovo messia. La nuova gallina dalle uova d’oro. Il pollo da spennare finché non rimane nudo con le proprie vergogne. Il futuro capro espiatorio, pronto alla lapidazione. Il mio unico errore è stato offrirmi al lancio delle vostre pietre aguzze prima del tempo. Ma non è questo che vi serve, non adesso, non è questo che volete da me.
Quello di cui avete bisogno ora è che io gonfi il petto e che gridando il mio motto mi getti nella mischia.
- Robiiiiiiin supiiiiiiin!!!! -


 

Bene. Con questo diciottesimo capitolo, George ci saluta. Spero che la storia vi sia piaciuta, vi abbia divertito, magari fatto riflettere qua e la e spero sia stata raccontata decentemente, anche se, dopotutto, non dice nulla di nuovo e io stesso penso di poter fare (e aver fatto) di meglio. Sono sincero, considerando i commenti sono rimasto abbastanza stupito, penso che la cosa abbia avuto un discreto seguito, sicuramente meglio di quanto avessi previsto quando Zip mi diede l'idea di cominciare questo "esperimento".

Al momento non posso dire se ne seguiranno altri, ma vi ringrazio per l'attenzione.

Robiiiiiin supiiiiiiin!

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author: R0bin @ 10:54
date: lunedì, 05 febbraio 2007
category: the robin




Siamo al penultimo capitolo ragazzi!


- 17 -


Da bravo sballato dilettante che non sono altro, della guardia me n’ero scordato quasi del tutto. Pensavo veramente d’essermela cavata bene, benissimo. In realtà avevo combinato un casino, come al solito, quando con le mie mani da macellaio cerco di lavorare di fino come un artigiano. Ma ero troppo intento a darmi pacche sulla schiena, a complimentarmi con me stesso e a ripetermi che, alla fine, avevo fatto la cosa giusta e che nessuno se ne sarebbe accorto, per ricordarmi di quel piccolo dettaglio. Quella piccola guardia giurata del cazzo che stava solo facendo il suo lavoro. Ha lasciato moglie e due figli. L’hanno ritrovato con la maggior parte delle ossa sbriciolate. Colpa mia.
Non ero stato così accorto come avevo pensato e così, mentre metto le mani sulla prima cassetta di sicurezza, ecco che da dietro mi intimano di alzare le mani.
Mi blocco.
Mi congelo.
Freeze.
Sono fregato, mi dico. E’ quando lo sento avvicinarmi la pistola alla testa che l’alcool prende il sopravvento. Fossi stato lucido e puro non mi sarei mai difeso. Non l’avrei mai colpito. Quantomeno non l’avrei colpito con tanta violenza. Era solo un dannato mingherlino miope cazzo. M’è bastato soltanto un pugno, un colpo di scatto col dorso della mano, così rapido che il poveraccio non ha avuto nemmeno il tempo di premere il grilletto. In un secondo è diventato una macchia sul muro. Prima di rendersene conto, prima di decidere se farmi saltare o no le cervella. Sono sicuro che, se l’avesse saputo, mi avrebbe sparato senza intimazioni. Invece il suo scheletro è andato in frantumi. Un manrovescio e l’avevo privato delle braccia di sua moglie, della recita di fine anno del figlio maggiore e degli orribili disegni del minore. L’avevo privato del poker con gli amici il giovedì sera. Niente più partita allo stadio la domenica. Addio torta della nonna. Bye, bye casa al mare. Spiacente, ma il mutuo per l’automobile dovrà finire di pagarlo tua moglie. E mi sa che mercoledì non potrai andare a pesca con tuo cognato. La tua fottuta vita di ordinarie gioie, che ti sei conquistato col sudore della fronte e i turni di notte, se n’è andata a puttane per regalare qualche mese di agonia in più ad una vecchia ciabatta ridotta allo stato vegetativo. Ti ho tolto tutte le tue belle cose del cazzo per far vivere un poco di più una donna che, nata morta, aveva sempre rinunciato a vivere e s’era limitata a sopravvivere, ad attendere di tornare ad essere ombra e polvere, ciò che era. Do ut des. E forse era meglio se ti ammazzavo per una yacuzzi.
La vita è ingiusta cazzo. Ditemi di no. Perché fai un lavoro di merda e, quando cominci ad abituartici, uno sballato che ha bevuto come una spugna ti sbriciola tutte le ossa e ti ritrovi riverso a terra, con gli occhi che ti sono schizzati fuori dalle orbite per via del contraccolpo ed il cervello spappolato che ti cola dalle orecchie assieme ad un lago di sangue. E devi rinunciare ad un sacco di belle cose per una vedova morente, che non è mai riuscita a godersi la vita e non comincerà certo a farlo coi soldi che la tua morte le ha fruttato.

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author: R0bin @ 13:48
date: lunedì, 29 gennaio 2007
category: the robin




- 15 -

Devo aver esagerato col whisky. Aver sventato dozzine di rapine non fa di me un esperto. Non ti prepara a metterti al di la della barricata. Non è la stessa cosa.
Una rapina ben fatta è un’operazione di meticolosità chirurgica. Se non sei uno squilibrato dilettante calcoli ogni mossa, ogni eventualità, ogni imprevisto, anzi, l’imprevisto non esiste nel tuo vocabolario. Sai perfettamente cosa dovrai fare. Lo devi sapere. Chiedetelo ad un professionista coi fiocchi e probabilmente vi saprà dire con precisione assoluta anche il numero dei passi necessari al raggiungimento della meta. Il numero dei respiri. Non uno di più, non uno di meno. Il numero esatto. Preciso.
Io non sono un professionista, non in questo ambito. Sono un demolitore, si, uno di quelli bravi, ma saper demolire non rende necessariamente abili nel costruire. Il mio mestiere consiste nel gettarmi a capofitto nelle situazioni. Non devo valutare granché. Improvviso. Butto l’occhio sui tizi che devo stendere, casomai ne calcolo il numero, cerco di evitare che qualcuno si faccia male e di portare a casa la pellaccia. Non devo farmi idee, il più delle volte non ho nemmeno il tempo né la necessità di pensare.
Se però una rapina non la devi sventare ma la devi fare è tutto diverso, soprattutto se ci tieni ad evitare che una tua foto in manette finisca sulla prima pagina di tutti i giornali, sotto la scritta CRIMINALE a caratteri cubitali. E fare un lavoretto rapido e pulito, ve lo garantisco, non è facile nemmeno se puoi forzare la cassaforte a mani nude. Al di la della riluttanza morale, ovvio. Se non hai il callo per queste cose, finisci addirittura con l’averne paura. Paura, capite? Non te la puoi permettere la paura accidenti, è per quello che ho esagerato col whisky. Dovevo farmi coraggio, in un modo o nell’altro. Alla fine ero alticcio, ma sano in fondo. Capace di intendere e volere insomma e coi sensi esasperati a mille per via dell’alcool. Ero nelle condizioni perfette per partire per la guerra, razionale, ma pronto a farmi inebriare dal furor bellicus. Sudavo come una fontana, avevo i vestiti neri inzuppati e il passamontagna dietro il quale ho celato il mio volto mi soffocava peggio del mio solito elmetto. Ma fatta eccezione per questa carenza d’ossigeno stavo alla grande. Carico e disinibito. Eccitato. Molto eccitato, quasi più eccitato di quando sto con una donna. E soprattutto, pensavo d’essermela cavata alla grande.
Il pugno nello stomaco è arrivato alla mattina. Il giornale di Johnson, si, sempre lui, sempre il solito, diceva che una guardia giurata era stata uccisa durante una rapina. Peggio per lui, pensai. Non posso sempre essere dappertutto. Poi ho letto che la banca in cui era avvenuto l’omicidio era quella che avevo rapinato.

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author: R0bin @ 11:12
date: martedì, 16 gennaio 2007
category: the robin




In un capitolo è riassunto quasi tutto il senso della storia.


- 15 -

Un giorno alzi la cornetta del telefono. Ti dicono di correre alla clinica. Tua madre peggiora. Ha bisogno d’attenzioni particolari. Loro la possono curare ma servono altri soldi. Il direttore ti guarda con la sua bella faccia da culo e senza il minimo della vergogna ti dice che gli dispiace. Ma se non sganci la grana, beh, se non sganci la grana loro sarebbero molto felici di riservare il letto di tua madre a qualche vecchia ciabatta con parenti più facoltosi. E’ la legge del mercato e loro sono dei professionisti, no?
Ora, immaginatevi la scena. Io al capezzale di mia madre, in stato semi-vegetativo, a decidere se farla vivere o morire. Come dovrebbe comportarsi un figlio?
Credo di non esser mai stato molto bravo a fare le scelte giuste.
Decisi che avrei trovato quei soldi schifosi. Mi sono rivoltato l’anima per quattro giorni interi prima di giungere alla conclusione che, l’unico modo possibile, era di farlo appropriandomi di soldi non miei.
Non che non ci avessi provato a guadagnarli onestamente. Parlai con Johnson e quel maledetto bastardo mi rise quasi in faccia quando gli dissi che mi serviva del denaro. Mi ha cacciato dal suo ufficio in malo modo, gridandomi di ringraziarlo, che gli dovevo solo un grosso favore, che nessun altro con un minimo di cervello avrebbe accettato di lavorare con uno che manco sa chi è.
- Grazie di niente – gli ringhiai andandomene.
Ero furioso. Non solo per il rifiuto, ma lo ero perché sapevo che quel figlio di puttana aveva dannatamente ragione. Era stato lui a crearmi, dopo aver vagato notti e notti senza che nessuno mi notasse. Mi aveva portato sulla prima pagina dei giornali, in televisione, mi aveva sponsorizzato, organizzato comparse in ogni antro che puzzasse lontanamente di mondanità. E io che credevo d’aver creato un’icona… erano stati i media a farlo. Il pettirosso ha spiccato il volo grazie a loro, alla carta stampata, alla riviste scandalistiche, ai rotocalchi televisivi. Loro hanno creato l’eroe, non io. Io avevo fornito solo la materia prima. Ero il loro marmo grezzo e con lo scalpello della penna, dei microfoni e delle telecamere, sono stati loro a darmi forma. Hanno inciso i miei muscoli negli occhi del pubblico, stampato l’elmetto nella mente, infuso la “v” rossa nel cuore e gridato le mie parole nelle orecchie. Non potevo ribellarmi ai media, o mi avrebbero distrutto.
Un uomo non può portarsi dentro tutto. Nessuno resiste all’infinito. Ma se vi ho raccontato tutto questo non è per scaricarmi la coscienza, no, è che dovete capire cosa significa. Dovete mettervi nei miei panni. Suppongo che chiunque mi abbia dato questi poteri, il caso o quel Dio che adorate la domenica, l’abbia fatto affinché io li usassi responsabilmente, giusto? Beh, credo di aver capito la lezione. Mi sono fatto il culo giù nelle strade. Ho rischiato la pelle buttandomi in palazzi in fiamme per cercare di tirar fuori anche solo un mucchietto di ossa carbonizzate. Va bene, me ne sono approfittato un po’, ma nelle mie condizioni chi non l’avrebbe fatto, eh? Lo stesso vostro Dio s’è fatto acclamare dalla folla la domenica delle palme, no? Certo, chiedo qualche briciola di celebrità per quel che faccio, ma ciò non toglie che abbia aiutato un sacco di gente. Vi ho salvato le chiappe quante volte? Tu, tu e forse anche tu… probabilmente tutti mi dovete qualcosa. Vi ho tolto dalla strada un attimo prima che un camion vi stirasse, vi ho riportato i cimeli di famiglia rubati da qualche tossicomane in astinenza, vi ho salvato da uno stupro o semplicemente vi ho reso la giornata speciale con una stretta di mano, una foto o un autografo. Sono l’esempio a cui ispirano i vostri figli, l’oppio col quale vi inebriate di sicurezza quando al calduccio dei vostri letti vi abbandonate al sonno, perché sapete che mani forti vi rimboccheranno le coperte e staranno attente che non vi accada nulla di male. Penso che il vostro Dio sia felice di questo. Ma che razza di uomo sarei se, con questi poteri, non aiutassi la donna che mi ha dato la vita?
Ho queste capacità, non ho mai avuto paura di usarle per sventare una rapina, allo stesso modo non ho avuto paura di usarle per metterne in atto una. Sarebbe dovuto essere un lavoretto facile, facile e me ne sarei dovuto tornare a casa pieno di soldi e sensi di colpa, che sarebbero scomparsi velocemente assieme alla grana. Il destino, invece, ha voluto diversamente. Ha voluto incasinare tutto, per farmela pagare. Amaramente.


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author: R0bin @ 13:47
date: giovedì, 04 gennaio 2007
category: the robin




Ritorna, per la prima volta nell'anno nuovo, l'appuntamento settimanale con George.

- 14 -


La mia terza fonte di spese è mia madre. Si, ce l’ho anche io un cuore. L’ho conservato, se cominciavate a dubitarne. E’ vecchia mia madre. Ha bisogno di cure. E io voglio farla morire come Dio comanda. In una di quelle cliniche in cui compri le attenzioni per i tuoi cari, così come compri le attenzioni delle puttane in fin dei conti. Ma di questo ho già parlato fin troppo. Non sprecherò altro fiato per farvi capire qualcosa che comunque vi rifiutereste di accettare, o vedere coi miei occhi.
Beh, mia madre sta in una casa di cura assieme alle vecchie di ricconi, troppo impegnati a sfrecciare con le loro Jaguar per preoccuparsi dei genitori che se la fanno addosso perché si dimenticano di andare al bagno.
Ce l’ho piazzata lì perché io non potrei farle vivere i suoi ultimi momenti in dignità. Non in questa topaia, dove qualsiasi eroinomane può capitarle in casa e sgozzarla per rubarle anche la fede nuziale. E’ mia madre, no? Mi ha dato la vita… darle un po’ di pace trovando qualcuno in grado di occuparsi di lei è il minimo che possa fare. Mi ha dato la vita… eh, ancora devo capire se lo considero un dono o una dannazione. Non so proprio decidere se amarla per questo o se odiarla a morte.
Non basta che ti mettano al mondo per conquistarsi il tuo affetto filiale. No, troppo facile. Niente è dovuto a nessuno, mi dispiace. Un genitore dovrebbe insegnarti a stare in piedi decentemente, non solo buttarti nella mischia. Lei non me l’ha mai insegnato, perché nemmeno lei ha mai imparato a starci. E’ rimasta in eterno gobba subendo la vita come fosse una formalità, un’incombenza che non aveva mai chiesto e di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Mia madre è sempre stata viva com’è vivo un sasso.
Quando quel bastardo di mio padre tornava a casa ubriaco me ne dava tante e lei stava a guardare. Non s’è mai messa di mezzo, al massimo si limitava a piangere silenziosamente ed eventualmente a prenderne pure lei, quasi senza lamentarsi. Il che mandava in bestia mio padre. A lui piaceva avere tutti ai suoi piedi, essere temuto e quando menava le mani ciò che voleva era essere implorato di smettere. Se questo accadeva, lui raggiungeva l’orgasmo. Mia madre però, non gli dava mai la soddisfazione. Ho sempre creduto fosse troppo spaventata addirittura per tentare qualsiasi reazione, come un cervo pietrificato dai fari di un camion. Oggi mi domando se in realtà non lo facesse apposta, se non fosse la sua piccola masochistica vendetta, nella speranza che il bastardo la colpisse appena più forte e mettesse fine alle sue sofferenze.
L’unico sussulto che le abbia mai visto avere è stato quando abbiamo appreso, senza alcuna tristezza devo ammettere, della dipartita di mio padre. Avevo quindici anni, ma me lo ricordo come fossi ieri. La fine di quel lurido bastardo e del suo regno di violenza e terrore. Rientrò a casa ubriaco, io ero nella mia stanza che studiavo. Lo sentii sbraitare dalla cucina, inveiva contro mia madre per cose di nessun conto. Lei stava zitta. Non una parola, non un respiro. Dopodiché cominciò a suonargliele. Come al solito. Non so cosa mi spinse ad uscire dalla mia oasi di quiete. Forse “sentivo” cosa sarebbe successo. Perché alcune così ti capitano tra capo e collo, altre le avverti. Le senti nell’aria. Evidentemente avevo fiutato qualcosa. Mi trascinai stancamente in cucina, consapevole della scena che mi si sarebbe presentata sotto gli occhi ed infatti non vidi nulla che non m’aspettassi. Mio padre paonazzo, con la camicia tutta sudata e mia madre stesa a terra che si tamponava il naso che colava sangue sul pavimento. Dissi al bastardo di lasciarla stare e lui si avventò contro di me. Avevo previsto anche quello. E anche quel che successe immediatamente dopo. Ero deciso a farlo fin dal momento in cui mi ero alzato dalla scrivania. Lui era un omone, ben piazzato ma era ubriaco e io, anche se all’epoca ero solo quindicenne, mi tenevo in forma e a scuola facevo sport. Gli mollai un gancio con il mio destro fatato e lo ribaltai sul tavolo della cucina. Fu la prima volta che ringraziai l’alcool. Non ci sarei mai riuscito se il mio vecchio non fosse stato ubriaco. Ne avrei prese il doppio solo per averci provato. E invece no, lo stesi con un sol colpo. Non scorderò mai con che faccia mi ha guardato quando, barcollando, s’è rialzato realizzando quel che era successo. Per poco non si metteva a frignare. Eh, eh, eh… che bastardo d’un disgraziato. Il suo orgoglio non seppe reggere a quella ferita infertagli dal suo figliolo. Scappò via bestemmiando, per andarsi a schiantare con l’auto contro un palo della luce. Morto sul colpo, ci disse il medico legale. Fui dispiaciuto solo del fatto che, per lui, avevo immaginato una morte molto più lenta e dolorosa.
Ma io quella sera la vidi. Fu l’unica volta, l’unica giuro, in cui vidi un bagliore negli occhi di mia madre. Non disse niente, ma sapevo che avrebbe voluto dire grazie. Se ne avesse avuto la forza, o la voglia. Da allora continuò la sua vita di sempre. Nessuno svago, nessuna passione. Solo la chiesa la domenica, le confessioni al prete una volta o due alla settimana e le faccende domestiche. Uscivo e rientravo quando volevo, lei continuava la sua non vita come nulla fosse. Potevo star via per giorni e tornare pieno di lividi, non ha mai domandato nulla. Non chiedeva nulla a me, qualsiasi dialogo avessi con lei era pura formalità. Mi chiedeva solo cosa volevo da mangiare e se preferivo l’acqua liscia o gasata. “Liscia, mamma” le rispondevo. Gasata mi gonfia la pancia.
E’ andata avanti così per anni, finché i capelli le sono diventati grigi, le ossa fragili, certamente non aiutate da anni di maltrattamenti, così come i denti, che le sono caduti a forza di cazzotti. E l’ho messa in una casa di cura.
Quando mi sono beccato questi poteri e ho cominciato a guadagnare qualcosa di più con le comparsate in televisione l’ho tolta dall’ospizio in cui stava e l’ho messa in questa casa di riposo di lusso. Devo rinunciare a qualcosa, certo, ma cosa poi? Scopare comunque non si scopa mai abbastanza, bere… beh, è un bene che non abbia ulteriori soldi per il bere. E in che altro modo dovrei buttarla la mia grana? In quelle cazzate che la televisione vi vuol far credere che vi servano? Non sono così sciocco, no.
Alla fin fine lei è in debito con me più di quanto io lo sia con lei per avermi messo al mondo. Si è indebitata quel giorno che ho tolto di mezzo nostro padre. Grazie al mio pugno, alla pugnalata che ho dato al suo orgoglio. So che mi è grata per quanto è successo, perché le ho dato modo di condurre in pace la non esistenza nella quale stava tanto bene. D’altra parte si sdebita non facendomi carico della sua presenta. E’ una soluzione vantaggiosa per entrambi. Lo è stata, finché le cose non si sono messe male.

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author: R0bin @ 13:54
date: venerdì, 15 dicembre 2006
category: the robin





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Sfizio numero due: donne. Non guardatemi così, non c’è essere umano che possa ignorare il proprio appetito sessuale. Voi non pagate per abbronzarvi nei solarium, per farvi fare i massaggi in quei schifosi centri benessere? Non andate a fare spese comprando di fatto la pazienza dei commessi che sopportano le vostre pretese? O forse credete che gli inservienti puliscano con gioia i sanitari in cui spargete ovunque, senza criterio, la vostra urina? Probabilmente, in circostanze diverse, la ragazza del negozio in cui vi siete provati ventisette paia di scarpe per poi non comprare niente, non sarebbe stata così gentile. E il tizio che vi ha massaggiato la schiena brufolosa e puntellata di nei vi avrebbe volentieri strozzato. Così come il cuoco del ristorante in cui vi siete lamentati della zuppa la prossima volta farà fatica a resistere alla tentazione di sputarci dentro. Sapete perché? Soldi. Professionismo. Una volta si rifletteva sul senso della vita e sul perché dei bisogni umani, oggi ci spremiamo le meningi solo per studiare in che modo possiamo trarre guadagno dai bisogni degli altri. Arriviamo fino al punto di creare bisogni indotti. Guardatevi in casa, probabilmente metà delle cose che avete non vi servono ad un cazzo. Come la tessera del club in cui vi fate spalmare di fango una volta alla settimana. La vostra pelle non diventa più liscia. Il vostro portafogli si. Alla luce di questo, sapete, non lo trovo poi tanto sbagliato o squallido andare a puttane. Le puttane non esistono più. Esistono le professioniste del sesso, un bisogno come un altro. Una prostituta è lo stesso di un salumiere, di una massaggiatrice, di un istruttore di nuoto, della callista da cui mandate vostra nonna. Una professionista che spende il suo tempo con voi, cercando di mostrarsi amichevole solo perché avete i soldi per comprarla. Come il vostro supereroe che vi ha salvato il culo dozzine di volte. Io sono una puttana. Tutte le volte che vendo il mio tempo alle televisioni, ai talk show. E nel frattempo la gente fuori muore, viene rapinata, viene stuprata. O, se la cosa vi urta meno, potete pure chiamarmi professionista.
Non ho il tempo per cercarmi una compagna. Di giorno lavoro, se non lavoro sto cercando lavoro, se non lo trovo allora sto bevendo e quando bevo è meglio lasciarmi in pace. Non sono di buona compagnia ubriaco e sicuramente evito di cercarmi una donna se viaggio con litri di alcool nel corpo. Certo non è solo che mi manca il tempo, anche se lo avessi non concluderei nulla senza pagare. Come posso, con la faccia che mi ritrovo? Non mi ha mai aiutato, né ho mai saputo farci con le donne, così come non ci so fare con le persone. Non sono un bello, non sono un simpatico e la gente solitamente da per scontato che non sia neppure intelligente. Da giovane ero sempre solo, ma una volta l’ho avuta pure io la ragazzina. Polly. Avevo sedici anni all’epoca, lei diciassette. E’ stata la mia prima ed unica fidanzata. E’ durata poco. Quand’è finita ero dispiaciuto si e no, non mi sono disperato. Diciamo che lei non era esattamente un granché, così come io non lo ero per lei. Ci siamo venuti incontro a vicenda insomma, finché abbiamo potuto. Poi però ci siamo resi conto della realtà e abbiamo capito che era una realtà tristissima. Meglio restare a bocca asciutta che accontentarsi. Dopo di lei le donne le riuscivo a vedere solo sulle riviste pornografiche o in videocassetta. A dire il vero stento a capire il successo dell’industria pornografica. Sia nei film che nei giornali sembra di stare a guardare il mercato dei polli. Le donnine, tutte a gambe all’aria, dopo un po’ hanno lo stesso sex-appeal delle galline con le zampe divaricate che si comprano in polleria. Quella gente non ha un minimo di fantasia. Finii così assuefatto da quelle pose sempre uguali, da quegli esseri di silicone ammiccanti, che guardarli non mi faceva più nessun effetto. Pensavo d’esser passato sull’altra sponda. La prima volta che andai puttane lo feci per rassicurarmi al riguardo della mia sessualità. Ne fui soddisfatto, anche se sapevo che mi sarei dovuto vergognare di quel che avevo fatto. Non ho mai capito il perché, ma c’era qualcosa dentro di me che mi sussurrava la parola vergogna. So solo che, da quella volta, compresi che la miglior arma di seduzione per uno come me erano i biglietti verdi e pian piano imparai ad ignorare il sussurro.
Ho perso il conto delle serate nei night club, dove snodate donnole dallo sguardo felino si aggrovigliano attorno ai pali della lap-dance. Per rifarmi gli occhi, sapete, le donne con cui vado sono economiche e a tutti gli effetti paghi la qualità che compri. Ogni tanto corro nei locali di streaptease per immagazzinare nella testa le forme e aiutarmi poi con la fantasia quando ce n’è bisogno. Vedere e non toccare, a chiunque esploderebbero le mutande dopo un po’. Perché nessuno sa leggere il disgusto che alberga nei loro occhi, mentre ci guardano a sbavare sotto i loro culi. Ciononostante basta passare a prenderle dopo l’orario di lavoro con una macchina sfavillante e il disgusto scompare, o comunque lo sanno nascondere bene.
La cosa buffa è che nei panni del mio alter ego sono diventato il sogno erotico di gran parte della popolazione femminile della città. So che le donne vanno pazze per il mio torace. Si, le vedo come mi guardano. Vorrebbero strapparmi il costume di dosso per passare le loro dita frementi sopra i miei muscoli tesi. Mi provocano. La prima volta che sono andato in televisione, la presentatrice ha fatto tutta sera ad accavallare le gambe e portarsi la penna alle labbra, maliziosamente. Si, so che lo faceva apposta. Spero che nessuno da casa abbia notato il rigonfiamento tra i pantaloni del mio costume.
Una volta m’è successo anche per strada, mentre salvavo la pelle ad una ragazza. La stavo tirando fuori da un bus in bilico sul ciglio del ponte. E’ stato molto imbarazzante. Chissà, magari avrei potuto guadagnarci una botta sicura, se lei non fosse stata troppo terrorizzata per accorgersi di alcunché.
In realtà tutto il mio fascino lo devo all’elmetto. Senza quello, credo che le donne si getterebbero schifate tra le braccia dello stupratore, piuttosto che farsi salvare da uno con una faccia come la mia. E’ questo che volete, no? Un involucro perfetto. Plastico. Artificiale. Basta un millimetro di tessuto per esserlo, anche ad un paria come me, scansato da tutti. Forte, vero? Pensateci. Pensateci quando mi avrete strappato il costume di dosso e vi troverete a fare i conti con la mia pelle, il mio sangue, le mie ossa. Allora non avrete più scuse per la vostra stupidità.

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author: R0bin @ 10:38
date: giovedì, 07 dicembre 2006
category: the robin





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Una cosa su tutte: l’alcol. Tanto alcol. Una passione smisurata, andata in crescendo da quando ho ricevuto questi poteri. Probabilmente questo è ciò che mi ha lasciato in eredità mio padre, con la differenza che io distruggo solo me stesso, non le famiglie come faceva quel bastardo. La bottiglia è stata l’unica fedele compagna del mio vecchio, l’ha portato alla tomba e porterà alla tomba anche me. Tale padre, tale figlio. Anche se io non alzo le mani su donne e figli che non si possono difendere.
Il primo assaggio me l’ha dato proprio lui, paparino. Un rito d’iniziazione. Una sorsata di whisky in un giorno savio, in cui si ricordò d’esser padre e mi portò a pesca. Avevo dodici anni e quell’acqua bollente mi faceva schifo. Mi bruciò l’esofago e lo stomaco. L’avrei voluto sputare, ma non volevo far brutta figura davanti a mio padre. Di solito con lui erano botte, o alla meno peggio era come se non esistessi. Mi considerava come un soprammobile credo, o un pesce rosso. Pensavo che se l’avessi sputato lui si sarebbe offeso terribilmente e io non volevo proprio rovinare la giornata. Ricordo che tossii a lungo e che lui mi diede una botta secca sulla schiena, ridendo.
- Adesso si che sei un uomo – disse infilandosi la fiaschetta nella giacca.
Si può dire che la mia carriera di alcolista sia cominciata quel giorno. Da allora ero solito ubriacarmi ogni qual volta mio padre mi dava una delusione e tornava ad essere il vecchio bastardo schifoso di sempre. Cominciai a scolarmi di tutto. Era l’unico modo che avessi per ricordare quella giornata a pesca. Non che quel giorno fosse stato un granché come genitore, o avesse compiuto qualcosa di poi così eccezionale, no, ma almeno quella volta ci aveva provato a fare il padre. Una pecora bianco sporco in un gregge di pecore nere come il carbone.
Non conosceva il senso della parola “vita coniugale”. Era sempre fuori casa, a cercar lavoro, a farsi licenziare quando lo trovava, o a fottere con qualcuna delle sue mille amanti, sa il cielo cosa ci trovassero le donne in lui. Tornava a casa da sua moglie solo la sera per mangiare, a volte nemmeno per quello, o per sfogare su di lei le sue frustrazioni, la dannazione di essere quel che era. Quando era stanco di picchiare mia madre, passava a me, suo unico figlio, o almeno suo unico figlio legittimo e riconosciuto, nonché seconda valvola di sfogo preferita. Era grosso lo stronzo e non si risparmiava. Mi insaccava di botte e a volte dovevo stare in casa per giorni, aspettando che i lividi guarissero. Mia madre mi ripeteva di aver pazienza, non capisco ancora se per eccesso di bontà o per paura di tentare una qualsiasi reazione, e io allora bevevo e bevevo e bevevo.
Quantomeno il destino mi ha donato uno stomaco di ferro o sarei già bello che morto, ma so che non durerà. Prima o poi mi presenteranno il conto di tutte queste bevute.
I poteri sono stati in parte una benedizione, in parte una brutta fregatura. Ho scoperto che metabolizzo l’alcol molto più velocemente delle normali persone e di quanto io stesso fossi abituato a fare in precedenza. Per questo me ne serve molto di più per sbronzarmi. Vi scandalizzereste a sapere quanto è grossa la fetta dei miei risparmi che brucio per la bottiglia. Ma è necessario, non so stare senza alcol. Non ho una mogliettina come voi, pronta ad aprire le gambe per farmi dimenticare che merda di mondo c’è la fuori a stressarmi, quando torno a casa la sera. Non ho nessuno che mi chiede se è stata una giornata pesante in ufficio. Non ho nessuno che mi prepara cenette da leccarsi i baffi. Non ho un cazzo di nessuno se non quella maledetta bottiglia e vorrei vedere voi, nei miei panni. Si, vi vorrei vedere per quindici giorni. Solo quindici giorni e vi assicuro che la sera vi addormentereste tutti aggrappati alla fiaschetta per non rendervi conto del mondo in cui vivete. E questo non è tutto.
Io non so più chiudere occhio, non so più cosa significhi realmente rilassarsi. Sfido chiunque a riuscirci, dopo che una sera si e quella dopo anche ti puntano in faccia pistole e coltelli. Al momento hai l’adrenalina a sostenerti e quasi ti diverti. E’ quando torni a casa e realizzi di aver rischiato morire più volte tu in una sola serata di quante ne rischia un uomo normale in tutta la sua vita che sei fregato. La prima volta mi sono pisciato addosso e ve lo dico senza vergogna. Tutti hanno una paura fottuta della morte. Essere in grado di ribaltare una betoniera a mani nude non ti rende più coraggioso degli altri. E sfiorare la morte giorno dopo giorno, notte dopo notte, non ti rende immune alla paura di lasciarci la pelle, no, ti rende solo più paranoico e nevrotico di chiunque altro, al punto che vivere diventa impossibile, soprattutto se non hai altro a cui pensare. Non ho un maledetto figlio adolescente da stare ad aspettare alzato la notte, non ho nessuno e quando non hai nessuno non ti rimane che la bottiglia.
Mi hanno sbattuto fuori a calci da tanti di quei bar che ormai ho perso il conto, ma non dimenticherò mai l’ultimo che l’ha fatto. Sta nel mio quartiere. Serve dei drink disgustosi, non ci mette piede mezza donna e i bagni traboccano di merda. Ma non lo scorderò mai perché solo tre giorni prima l’avevo salvato da tre tizi su di giri, che farneticavano di volerlo dare alle fiamme. Il proprietario ci mancava poco che mi baciasse gli stivali del costume, insisteva perché potesse offrirmi un drink e dovetti lottare duro per rifiutare la sua offerta. Mi ha dato più filo da torcere la sua ossequiosità che i tre sbandati a cui avevo rotto i denti. Riuscii ad andarmene concedendogli la falsa promessa di passare da lui a bere qualcosa, di tanto in tanto.
- Naturalmente offre tutto la casa -
Che lo crediate o no in quel bar ci sono tornato veramente, senza costume ovvio. Quando al culmine della sbronza gli ho vomitato sul bancone i venti giri di tequila che mi ero tracannato credevo che mi avrebbe ammazzato sul posto. Per fortuna non gli ho messo le mani addosso e son rimasto li, buono buonino, a beccarmi i suoi pugni e i suoi calci. Rincoglionito da Bacco le percosse non le sentivo nemmeno. Ero nel mio Eden alcolico, avrebbe potuto spararmi, non me ne sarei nemmeno accorto e forse gliene sarei stato grato. Mi sono accorto, invece, quando per risarcimento s’e preso tutti i soldi che tenevo nel portafogli. Non tantissimi per fortuna, ma sicuramente molti di più di quanti gliene dovevo. Poi s’è fatto aiutare da qualcuno e m’ha buttato fuori. Quel pidocchioso bar era tutto quel che aveva, era l’unica cosa che gli dava da mangiare ed un tetto sopra la testa. Gli avevo salvato la vita, mi disse, quando avevo impedito a quei tre teppisti di distruggerglielo. La sua ricompensa è stata di sbattermi in mezzo alla strada, sotto la pioggia battente.

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author: R0bin @ 11:58
date: lunedì, 04 dicembre 2006
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Questo capitolo è decisamente breve. Ero indeciso se metterne due, ma poi probabilmente avremmo avuto il problema opposto, per cui ho risolto così: oggi metto questo (na cazzatina) e mercoledì eccezionalmente ne metto un secondo. Enjoy it!


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Ve l’ho già detto, per venire a dire idiozie in televisione mi pagano una miseria. Anzi, tra le due parti chi paga il prezzo più alta sono io, perché l’emittente televisiva ci mette i biglietti da cento, ma io la faccia. Una faccia che forse non sarà mai stata questo granché, ma che ora non ho più il coraggio di guardare riflessa in uno specchio. Pensi che sei vai in televisione avrai risolto tutti i tuoi problemi, invece io non sono riuscito a far altro se non a portare a casa il minimo indispensabile per continuare a vivere la mia vita. Certo, ora qualche sfizio in più me lo concedo, ma quando vi parlo di sfizi non pensate a chissà cosa, di certo non mi riferisco all'iscrizione al vostro golf club preferito. Non posso comunque permettermi un televisore al plasma, né alcuna delle cazzate con cui vi riempite le case voialtri. Prova ad infilare un computer in un appartamento come il mio, in questa zona della città. Se hai fortuna resiste cinque giorni prima che qualsiasi balordo in cerca di soldi per la dose te lo venga a rubare.
I soldi o ne hai davvero un sacco o non ti cambiano la vita per niente. Un po’ di più non bastano. Non bastano a scrollarti di dosso il mondo che ti ha cresciuto e anche una volta che sei fuori lavarti dalla sporcizia che ti impregna non è così facile. Anzi, il buco di merda da cui sei scappato continuerà a reclamarti indietro, finché non ce la farai più a stringere i denti, a rigare dritto e ci ripiomberai, anche tutto coperto d’oro. Perché quello è il tuo posto. Lo sai. E non scappi da te stesso. Per questo motivo non ci ho mai neppure provato. Mancanza di mezzi e consapevolezza di aver così poche speranze... no, il gioco non vale la candela. Si dice così, giusto? Meglio volare rasoterra che alzarsi in quota per poi schiantarsi in un burrone da cui non risalirai mai più. Voi pensate pure che sono un senza palle…
Allora, lo volete sapere come li spende i soldi il vostro super eroe preferito? Si può capire molto di una persona sapendo come spende ciò che si guadagna col sudore della fronte, sapete? Sarei davvero curioso di vedere come saranno le vostre facce dopo aver visto questo nastro, peccato che non potrò mai togliermi questa soddisfazione.
Ho tutta la notte, credo di potermela prendere comoda. Prendetevela comoda anche voi, perché state per assistere all’autopsia di un idolo e prometto che sarà il miglior reality show che vi siate mai pappati.

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author: R0bin @ 11:58
date: lunedì, 27 novembre 2006
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Beccatevi una pallottola nella spalla. Che vi credete, che i miei siano solo dolori da giovane Werther? Provate a beccarvi una pallottola nella spalla vi dico. Non esiste nessuno abbastanza duro a morire da non farsi paralizzare dal dolore. Quel che vedete nei film non è niente. Il dolore che potete immaginarvi non è niente. Siete paralizzati. Un’agonia inarrestabile che vi pulsa nel cervello e vi rammaricherete del fatto che non vi abbiano colpiti mortalmente. Si, arrivereste a desiderare d’esser morti accidenti.
Se mi becco una pallottola per finire nel servizio d’apertura sul telegiornale dell’ora di cena, per me sono noie incredibili. Il pubblico vuol vedere il sangue ogni tanto, no? Non so se per gusto del sadico o per immedesimarsi maggiormente. Si, sanguino anche io come tutti gli schifosi mortali, ma io non posso andare in ospedale. Il giorno in cui ci metterò piede sarà il giorno in cui tutti scoprirete chi sono. E probabilmente coinciderà col giorno della mia morte.
Se ho una pallottola conficcata nel braccio – e vi garantisco che ne ho avute diverse – devo far tutto da solo. Volete sapere quant'è emozionante operarsi con coltello e forchetta? Si, quelle stesse posate con cui apparecchierei la tavola se vi invitassi a pranzo.
Ingolli qualche bicchiere di whisky, stringi tra i denti la gamba di una seggiola, ti metti all’opera e mordi. Così forte che alla fine ti ritrovi le gengive piene di schegge di legno. In un bagno di sudore allontani le lacrime dagli occhi e ti apri nel braccio una ferita grossa due volte quella iniziale. Estrai la pallottola, sputi le ultime schegge di legno infilzate sulla lingua e ti metti a cucire. Il pizzicore dell’ago non lo senti più. A quel punto, se hai fatto un buon lavoro, puoi lasciarti andare e piangere come un bambino. E magari blaterare qualche preghiera, per far si che nessuna infezione ti faccia marcire il braccio.
Ovviamente non hai tempo di guarire. Al tuo datore di lavoro non gliene frega nulla delle pallottole che ti sparano addosso e i fan sono vogliosi di vedere “v” rossa del tuo costume stagliarsi nella notte. Non puoi startene a casa a rimbecillirti davanti alla televisione. Così la mattina mastichi analgesici per rincoglionirti quel che basta. Non troppi, o ti addormenti seduto sul bus. La dose sufficiente a non farti impazzire per il dolore.
In queste condizioni, svegliarsi la mattina è un incubo. Il braccio ulula, perché tu idiota ti sei rigirato nel sonno e ci hai dormito sopra per tempo indefinito. Apri gli occhi tra le lenzuola inzuppate di sangue e sudore, gridando per il dolore, quasi il tuo arto fosse stato martoriato da una pressa. Ti fischiano le orecchie e ti gira la testa. Poggi un piede per terra, sul pavimento gelato e lanci una stramaledizione. Quello è il momento peggiore di tutti. Il momento in cui cerchi di ricordare chi e cosa te lo fanno fare. Il momento in cui ti rendi conto di essere diventato una droga, un clown di cui la società si nutre, di cui non può e non vuole fare a meno. E' il momento in cui ti rendi conti di dipendere da quella massa informe che, sopra ogni cosa, è ciò che più odi nella tua schifosa vita.

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author: R0bin @ 11:47
date: lunedì, 20 novembre 2006
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Cattiveria inside!

9.


Una stamberga va in fiamme e qualcuno viene dimenticato dentro. Solitamente un infante. Si, questo l’avrete visto sicuramente da qualche parte. E’ uno dei quadretti più classici per un supereroe. Chiamatelo cliché. Lo troverete nel curriculum vitae di qualsiasi supertipo.
Io non potevo di certo evitarlo. Ordinaria amministrazione, penserete voi. Effettivamente nei film e nei fumetti lo fanno sembrare così. Entri, trovi il pupo, lo avvolgi nelle coperte, esci e tiri una boccata d’ossigeno stretto tra i pompieri e la gente smaniosa di darti una pacca sulla spalla. “Lasciatelo respirare!” griderà qualcuno. In realtà non è ordinaria amministrazione. Se lo fosse, avrei appeso il costume al chiodo o ancor più probabilmente non l’avrei nemmeno tirato fuori dall’armadio. Gettarsi nelle fiamme è ancor peggio che trovarsi nel bel mezzo di una sparatoria. Devi violentare la tua volontà e quel briciolo di buonsenso che t’è rimasto per buttarti nell’inferno di uno schifoso palazzone marcio fin nelle fondamenta. Il marmocchio ormai è spacciato, pensi. Non ha senso rischiare.
Fa finta di niente, dopotutto non puoi sempre salvare la situazione, no? Per quanto tu faccia non potrai mai essere l’angelo custode di tutti. Per un lavavetri che salvi da una caduta libera dal venticinquesimo piano, un tizio viene accoltellato in un vicolo. Togli di mezzo una vecchietta dalla traiettoria di un tir impazzito qua e un poveraccio muore annegato là. E’ la vita. Rassegnati. Fingi di non aver visto. Fingi di non aver sentito. Ma loro non fingeranno di non averti visto e non averti chiamato. Ormai l’hanno fatto e in loro s’è acceso un barlume di speranza. Che figura ci avrei fatto?
Mi tocca.
Appena mi butto dentro mi accorgo che le cose sono molto peggio di come me le ero immaginate. Sei nello stomaco dell’inferno. Colonne di fuoco ovunque, aria irrespirabile. Mi sono tolto l’elmetto, che stava diventando incandescente, per prendermi una frustrata di aria bollente sul viso. Faticavo a tenere gli occhi aperti ed era come se nei polmoni m’avessero versato acido muriatico.
- Ehi! – grido tossendo.
Lancio una stramaledizione. Non sentivo altro che il crepitio delle fiamme e della struttura che, lentamente, stava cedendo. Nessun vagito, nessun pianto. Ed è qui che mi trovo a che fare con una variazione sul tema. Non c’era nessun marmocchio ad attendermi, no. Questo avrà avuto almeno quindici anni. Troppo grande per essere stato dimenticato da qualche madre distratta. Troppo grande per non capire di essere vicino alla morte. Se ne stava sdraiato sul pavimento incandescente, avvolto in una coperta, guardando il soffitto che, era solo questione di attimi, gli sarebbe crollato addosso.
- Ehi ragazzo! Che diavo… -
- Vattene via!!! -
Questa vi piacerà. Vi piacerà da morire.
- Maledetti bastardi! – gridò in lacrime. Stava sbottando. – Si sono salvati tutti, vero? – mi domandò senza nemmeno guardarmi.
Chi l’avrebbe mai detto, eh? Già signore e signori, mi ero buttato nell’inferno per salvare il suo creatore. Il giorno dopo i media sezionarono quel ragazzo. Gracile, povero, senza talenti, senza futuro. Tentato suicidio, dissero.
Palle.
La società dei benpensanti potrà anche aver mobilitato un esercito di psicologi, sociologi, pazzologi, ficcanasologi… ma a me era bastato uno sguardo per capirlo quel ragazzo. Tra simili ci si riconosce. Vi dirò di più: il pettirosso s’è bruciato le spalle per salvarlo, guadagnandosi gli applausi del pubblico e tre settimane di noie per le scottature. Doveva farlo. Era li per quello. Era suo dovere. Ma George, io, non il fantoccio che do in pasto ai flash delle vostre fotocamere digitali, mi sarei volentieri sdraiato accanto a lui.
In attesa che il soffitto ci crollasse addosso.
E’ controvoglia che l’ho portato fuori dall’inferno in cui aveva deciso di andarsene. E’ controvoglia che ho portato fuori me stesso. Perché, vedete, nel vostro mondo in cui tutto va bene, esistono persone per cui non va bene un cazzo. Non tutti hanno una faccia serena come la vostra e voi, per risolvere il problema, semplicemente lo ignorate. Prendete dodici fessi, li chiudete in una casa e li spiate tutto il giorno. Prendete un qualsiasi incapace, ne fate una star e lo rinchiudete in un mondo sparluccicante che lui, povero illuso, crede esser suo ed invece è vostro. E la sua vita diventa vostra, le sue emozioni le volete fare vostre, fate vostre le sue psicosi, le sue crisi di pianto, fate vostro ogni suo piccolo problema, per non farvi carico del problema di chi abita sotto di voi. Meglio preoccuparsi di due che s’azzuffano per una mela che del disgraziato che si buca, no? Meglio preoccuparsi dell’ultima conquista della star e dei suoi divorzi, piuttosto che di una poveraccia che la deve vendere sui marciapiedi per poter sopravvivere almeno un giorno e poi vendersi di nuovo, eh?
I brutti, i poveri, quelli che vivono nell’ombra, gli sporchi… noi insomma, quelli come me. Siamo così fuori dalle vostre logiche che semplicemente fate come se non ci fossimo. Ci notate solo quando qualcuno la combina grossa, non è vero? Lo capivo quel ragazzo. Lo condividevo. Aveva appiccato un rogo solo per farsi vedere, almeno una volta nella vita. Per sparare un bengala nella notte della vostra indifferenza.
Non tutti si è grandi uomini e spesso non basta meritare di esserlo per diventarlo. O farsi considerare tali. Per questo motivo capita di non resistere e di scegliere la strada più breve, che è poi quella sbagliata. E’ quel che ho fatto io, quando ho salvato quel ragazzo
.

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