
Continua la storia del nostro supereroe, non perdetevi questo entusiasmante secondo capitolo, sempre "by Robin"
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Questa cassetta è per chi verrà a portar via le mie cose, una volta che mi avranno ammazzato. Se sarà una pallottola o la cirrosi epatica poco importa. Mi chiamo George e ho trentasei anni. Non scomodatevi a dire che ne dimostro di più. Lo so. Non sono una gran bellezza, ma non ho deciso io di essere così. Probabilmente la mia faccia e il mio nome non vi dicono nulla, ma scommetto che almeno una volta avete visto il costume accanto a me sul letto. L’ho rubato. So che non è molto eroico, so che in teoria avrei dovuto prendere ago e filo e sprecare nottate infinite a prepararmelo da solo. Cazzate. Non tutti gli eroi sanno cucire. Io nella vita ho fatto molte cose ma, vi assicuro, i tipi come me hanno ben altro di cui preoccuparsi che imparare a cucire.
Sono una persona tranquilla, anche se dall’aspetto non si direbbe. Facevo palestra, ma il mio fisico è tutto merito dei raggi beta. Non chiedetemi di preciso cosa siano, non ve lo saprei spiegare. Non sono mai stato molto bravo in scienze. Ero più portato per la letteratura e forse è stata proprio la letteratura a rendermi una persona malinconica. I letterati erano tutti uomini in pena che non sapevano godersi la vita. La vita o la vivi o la scrivi e se la scrivi non la puoi vivere. Non è farina del mio sacco, l’ho letto da qualche parte, ma non ricordo né dove, né chi l’abbia scritto. In ogni caso, anche se di scienza non ne capisco un cazzo, tutto è cominciato coi raggi beta. Anzi, è iniziato con annuncio, un foglio appeso sulla parete di un ospedale. A quel tempo sbarcavo il lunario lavorando come muratore. Sull’annuncio era indicato un numero di cellulare. Cercavano volontari per un esperimento. Mi presentai soltanto io. Uno furbo avrebbe dovuto sentire puzza di bruciato e darsela a gambe, ma quando ti servono soldi non stai molto a riflettere sul modo con cui te li guadagni. Lavorando saltuariamente per paghe schifose, uno squallido appartamento da pagare ad uno squalo di padrone di casa e una vecchia madre da mantenere all’ospizio, non sputi mai su qualche bel bigliettone in più. Mi spiegarono in cosa consistesse il trattamento a cui mi avrebbero sottoposto, ma per me non aveva alcuna importanza. Intascata la ricompensa per essermi offerto da cavia ero disposto a farmi fare di tutto. Legato ad un lettino di ferro mi bombardarono con questi raggi. Non sentii nulla e l’esperimento finì quasi ancor prima di cominciare. Mi lasciarono andare a casa con l’ordine di ritornare per dei controlli le settimane successive. Non so cosa volessero ottenere, ma l’unico risultato che quei dannati raggi beta sembrarono ottenere fu quello di farmi cadere un sacco di capelli. Nel giro di un mese si erano diradati così tanto che adesso per nascondere almeno un po’ le calvizie devo rasarmeli cortissimi. Mi incazzai parecchio per questo. Ve l’ho detto, già non sono esattamente una gran bellezza, non mi sembrava il caso di infierire. Il medico con cui mi tenevo in contatto, un certo Rufus, si giustificò dicendo che non lo potevano sapere e mi ricordò che ero stato pagato per fare la cavia, ora non mi potevo lamentare. In effetti avevano ragione e poi brutto lo ero già, essere calvo non avrebbe peggiorato di molto la situazione.
A parte questo l’esperimento lasciò Rufus molto deluso, così, col passare delle settimane, non dovetti più nemmeno ripresentarmi per le visite di controllo. Fu allora che le cose cominciarono a farsi interessanti.
La sera, prima che la mia carriera di supereroe decollasse, lavoravo come buttafuori nei locali e per fare questo mestiere dovevo costantemente allenarmi in palestra. Considerate le mie limitate finanze dovetti cercarmi la palestra più pidocchiosa nel peggior quartiere della città, guarda caso lo stesso quartiere in cui vivo, alloggiato in questa spelonca che nessuna persona, nemmeno la meno sofisticata del mondo, avrebbe il coraggio di chiamare casa. Ebbene, dopo l’esperimento cominciai ad avere un gran bel successo in palestra. Sono sempre stato abbastanza forte, ma in quel periodo cominciavo a diventare davvero fortissimo. La mia massa muscolare aumentò molto velocemente, molto più velocemente del normale. Allora non collegai subito la mia prodigiosa crescita con i raggi beta, ma poi, pensandoci a freddo, quei fottuti raggi sono l’unica spiegazione razionale alla cosa. Certo, non ho una faccia da intellettuale e non sono esattamente uno scienziato, ma non sono uno scemo. Sono molto più intelligente di quanto la gente creda. Solo che ricevere qualche cazzo di potere speciale non è cosa da tutti i giorni, per cui all’inizio credevo soltanto di passare un periodo di forma particolarmente brillante. Sollevavo più chili di tutti con qualsiasi attrezzo. Quando facevo la panca diventavo l’attrazione della palestra. Questo mi migliorò molto anche in qualità di buttafuori. Presto diventai uno dei più richiesti nel giro. Le cose andavano bene per i miei standard e a mio modo potevo dire di essere felice, o quantomeno soddisfatto.
Poi uscii a fare quella telefonata.
Era un giorno di pioggia e io ero fuori dalla palestra, sotto un ombrello divorato dalle tarme a litigare col mio padrone di casa, perché avevo ritardato di un paio di giorni il pagamento dell’affitto. Odiavo quello stronzo di un padrone di casa. Mi son sempre chiesto cosa ci faceva con i soldi che prendeva, visto che nel palazzo non funzionava nulla. Dovevi farti il bagno con l’acqua gelata e in ogni centimetro cubo c’era un tanfo di piscia di gatto che non andava via nemmeno se innaffiavi le pareti con intere boccette di profumo. Erano due giorni che gli dovevo i soldi del mese. Purtroppo la sera prima non mi avevano pagato. Ero andato nelle grane per colpa di uno stronzetto e la sua troia. Come vi ho detto, lavoravo come buttafuori e generalmente quando mi aggiravo per un locale non c’era nessuno così fuori di testa da sfidare la mia pazienza. Grosso e con la faccia truce non avevo bisogno di minacce per mettere paura. Io ero la minaccia, una minaccia ambulante per chiunque avesse voglia di esagerare. Beh, quella sera avevo rotto il braccio ad uno stronzetto che aveva preso per i capelli la sua donna. Eh, eh… dovevo ancora abituarmi a trattenermi. Lei non mi ha nemmeno detto grazie, la troia. Quando ha visto la mia faccia ho capito che la terrorizzavo. S’è messa a strillare e a preoccuparsi per il braccio della mezza sega che la stava menando. I due sono andati a lamentarsi con la direzione, che così non mi ha pagato. Non solo, ma l’episodio non avrebbe certo giovato sulla mia reputazione. Per questo mi trovavo al verde. Avevo bisogno di qualche giorno. Ero riuscito a trovarmi un lavoro e forse avrei convinto il datore ad anticiparmi la paga, ma Patt, il padrone di casa, non voleva sentir ragioni. Fu quando gli riattaccai in faccia, fingendo che fosse caduta la linea, che sentii le urla. Venivano da un vicolo li accanto. Non so cosa mi spinse ad andare a vedere cosa stesse succedendo, solitamente sono uno che si fa i fatti suoi. Trovai un uomo chino su una donna. Le teneva un coltello alla gola mentre con la mano libera cercava di strapparle i vestiti di dosso. Tanta era la sua foga che non si era accorto minimamente di me.
- Ehi! – gridai quasi senza volerlo.
L’uomo si girò. Indossava occhiali da sole e una berretta calcata sulla testa. Appena mi vide lasciò andare la donna e mi si fece incontro minaccioso. Cercò di affondarmi il coltello nella pancia, ma io lo scansai assestandogli un pugno che lo scaraventò contro il muro che chiudeva il vicoletto. Vi si schiantò contro come un sacco di patate e riuscii a sentire il rumore delle sue ossa che andavano in frantumi all’impatto. Mi lanciai una stramaledizione e scappai. Probabilmente, per colpa di quel che era accaduto poche sere prima con quello stronzetto in discoteca, non stetti molto a pensare se avessi fatto qualcosa di giusto o sbagliato. L’unica cosa che aveva importanza era evitare di finire ancora nei pasticci per aver fatto del male a qualcuno. Non me ne importava nulla se qualche oca aveva avuto la cattiva idea di aggirarsi per queste strade malfamate con la gonna troppo corta e l’aveva fatto venir duro a qualche stupratore di passaggio. Anzi, mi pentii amaramente di essere intervenuto. Non potevo certo sapere che, quello, sarebbe stato l’inizio della mia leggenda.
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